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Il punto di vista di Pierre Jacquet sulle sfide della nostra società

Intervista di Pierre Jacquet, membro del Comitato scientifico di Crédit Agricole ; presidente del Global Development Network ; economista e professore di politica economica.

 

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Secondo Lei, quali sono le grandi sfide del dopo-crisi?

Le sfide che attendono l’Uomo non derivano dalla crisi del COVID, ma la pandemia le rende più evidenti. Sono tutte legate, a mio parere, alla nostra visione del mondo, e più precisamente alla nostra visione dello sviluppo sostenibile. La sfida essenziale risiede nella nostra insufficiente comprensione delle interazioni tra l’uomo e il suo ambiente, nell’incapacità di pensare alla Terra come a “una casa comune”, per riprendere i termini dell’antropologo francese Philippe Descola.

Questa interazione tra l’uomo e la natura, che è al centro dello sviluppo sostenibile, non è ideologica, politica, tecnica o, ancora, scientifica; è un po’ di tutto questo ed è pragmatica. È caratterizzata da una grande complessità, che gli approcci scientifici di numerose discipline non hanno ancora inquadrato e che non può ridursi a posizioni dogmatiche, qualunque esse siano; evolve costantemente, in base alle pratiche e ai comportamenti e al progresso tecnico.Credo sia del tutto fondamentale esplorare questa complessità e costruire un’etica collettiva delle relazioni tra l’uomo e la natura.

Questo approccio della “casa comune” è strutturante. Implica una logica collettiva che va oltre le affermazioni identitarie e non può emergere se non con un rafforzamento della democrazia, l’integrazione delle varie prospettive, il rispetto dalla scienza e una maggiore considerazione dei rischi che gravano sulle nostre società e le nostre vite. Ma travalica anche i confini nazionali e richiede azioni collettive tra i diversi paesi. La ricerca sulle pandemie, ad esempio, è mondiale, non è appannaggio di un determinato paese. I “cervelli” sono mondiali, sono patrimonio pubblico mondiale. Abbiamo la necessità di esigere nuove forme di globalizzazione e di rinnovarne la gestione.

Quale dev’essere la priorità?

La più grande sfida del dopo-COVID è, in definitiva, la trappola della “vita di prima”, la tentazione di chiudere la parentesi della crisi – lo shock sociale, economico e umano è stato notevole – e di ritornare al solito tran tran.

È essenziale che il ritorno alla normalità sia accompagnato da una presa di distanza e da una riflessione sulle sfide della nostra società e le risposte da fornire.

Non c’è il rischio che, di fronte alle conseguenze economiche e sociali della crisi, il nodo ambientale sia accantonato?

Questo rischio preesisteva alla crisi. Era già evidente che la dinamica di lotta contro il riscaldamento climatico, di tutela dell’ambiente, di costruzione di quell’etica di cui parlavo prima, rischiava di indebolirsi. Ma nel dopo-crisi, che, come qualcuno fa notare, rappresenta una formidabile opportunità di cambiamento, non è detto che la situazione migliori: il bisogno di ripresa è tale che la problematica climatica o ambientale non sarà forse posta in cima alle priorità. Ovviamente, io spero che non sia così.

Su questo fronte, ci scontriamo sempre con la difficoltà di agire collettivamente, a livello nazionale e ancor più a livello internazionale. I “beni comuni dell’umanità” possono essere protetti solo grazie all’azione di tutti. Abbiamo bisogno dell’azione degli altri. E questo è un problema ben noto dell’azione collettiva: aspettiamo che gli altri agiscano perché, senza di loro, quello che noi siamo disposti a fare non avrebbe alcun impatto.

Questo instaura un circolo vizioso d’inerzia. Per interrompere questo circolo vizioso, bisogna creare consenso e una dinamica politica. Gli scienziati hanno svolto un lavoro enorme, ma non sono certo che si possa ancora parlare di consenso sociale. Inoltre, è una tematica mondiale, perciò il compito è arduo. Però, possiamo far leva su una notevole evoluzione della mentalità e dei comportamenti, che vanno nella direzione giusta e che bisogna incoraggiare.

È necessaria una volontà quotidiana, tenace, per mantenere l’impegno sul clima.

Quale sarà il ruolo degli operatori finanziari nella transizione ambientale?

Sono due i ruoli importanti che devono svolgere gli operatori finanziari. Da un lato, un ruolo specificamente legato alla loro attività e ai loro obiettivi. Penso, ad esempio, alla strategia attiva sul fronte del clima di gruppi come Crédit Agricole, che definisce obiettivi compatibili con la protezione climatica. Dall’altro lato, un ruolo d’influenza sul resto della società, su tutte le categorie di operatori. Possono dimostrare che l’azione ecologica ed etica può contribuire alla creazione di valore e diffonderne una concezione rinnovata. È questo che, in prospettiva, creerà una dinamica propizia al cambiamento. 

Le innovazioni sul fronte della finanza green sono importanti perché possono accompagnare la transizione verso uno sviluppo più sostenibile. Perché queste innovazioni possano svilupparsi, devono trovare sostegno in un dibattito sociale mobilitante che si ponga alla base della dinamica politica e dell’adozione di politiche pubbliche e normative, andando così a influenzare la dinamica di creazione di valore e imponendosi ai diversi operatori.

Lei fa parte del Comitato scientifico del Progetto Società di Crédit Agricole. Quali sono le Sue motivazioni? 

Il mio interesse nasce dal fatto che il gruppo Crédit Agricole desidera avviare un confronto sulla sua strategia per il Clima, interpellando esperti esterni. Questo è in linea con la mia visione delle sfide dello sviluppo sostenibile e delle sfide climatiche. Per me, la risposta non è predeterminata o ideologica. Scaturisce da un’interazione complessa, da una discussione che deve far intervenire analisi, discipline, punti di vista estremamente diversi. 

Bisogna comprenderne le varie dimensioni e questo presuppone un apprendimento permanente. Credo che il dibattito, la sperimentazione e la condivisione siano dei principi fondamentali.
Spero anche che questo Comitato scientifico permetta di illustrare la complessità dell’azione, di documentarne i fattori che la determinano, ma anche i vincoli. Agire per il clima, per l’ambiente, è un impegno costante, radicato nella realtà, soggetto a tensioni, a difficoltà, a esigenze negoziali. C’è anche questo da mettere sul tavolo, ed è una straordinaria occasione per apprendere collettivamente la complessità e per renderne conto.

Quale idea si è fatto sulla strategia per il Clima di Crédit Agricole?

L’impegno di Crédit Agricole è lodevole. Il Gruppo partecipa a un movimento di creazione di nuovi valori nella società e contribuisce al meglio alla loro diffusione perché siano presi in considerazione dal mercato, dalla politica pubblica e dalla combinazione di entrambi. È questa interazione che può far evolvere il capitalismo. Si tratta, qui, di creare delle dinamiche nuove che si traducano nell’emergere di nuovi valori che, a loro volta, si rispecchieranno nei valori commerciali. Questa strategia sul Clima si spinge dunque ben oltre il discorso sul clima e sulla transizione energetica per sua stessa natura.

Coinvolge anche lo sviluppo agricolo, che è un elemento identitario forte per il Gruppo. Ora, se c’è un mondo che si pone al centro di questa interazione nell’ambito della “casa comune”, questo è il mondo agricolo, di cui il Gruppo è un elemento strutturale essenziale.

Crédit Agricole è un operatore finanziario di primo piano nel panorama francese per la ricchezza della sua presenza locale. Questo radicamento è importante perché l’impatto dell’azione a livello territoriale è più visibile; le popolazioni si sentono più coinvolte da ciò che riguarda il loro ambiente e il radicamento territoriale dell’azione può anche favorire il coinvolgimento degli operatori locali.

Vi è dunque una combinazione di fattori che fa sì che Crédit Agricole possa influire sul messaggio, sulla dinamica politica, sul momentum necessario al cambiamento sociale.

 

Per consultare la strategia per il Clima del Gruppo, cliccare qui

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